Pino Boero, già professore ordinario di Letteratura per l’infanzia all’Università di Genova e studioso di Rodari

Uno scrittore poliedrico come Gianni Rodari (Omegna 1920 – Roma 1980) non può accontentarsi di un solo anniversario e infatti in questo 2020 ne abbiamo almeno tre (100 anni dalla nascita, 40 dalla prematura scomparsa, 50 dalla consegna del Premio Andersen, “Nobel” della letteratura
per l’infanzia) e l’occasione è utile per scoprire l’attualità del suo messaggio educativo: Rodari è stato per l’Italia che usciva da una dittatura e dalle distruzioni di un conflitto un intellettuale nel senso completo del termine, ha scritto per l’infanzia ma ha esercitato compiutamente anche la
professione di giornalista (prima a “l’Unità” poi a “Paese Sera”), si è occupato di scuola ma anche di società, ha parlato ai genitori e agli insegnanti ma non ha mai rinunciato ad andare nelle classi,
a incontrare i bambini e a costruire con loro stimolanti percorsi poetici e narrativi, ha saputo, in una parola, coniugare senza falsi moralismi scrittura e impegno civile, invenzione e realtà. Punto di forza della sua concezione pedagogica è stata la centralità del bambino: non più un vaso
da riempire di nozioni e di ordini, ma persona che attraverso l’esperienza diretta entra nel mondo ed è capace di guardarlo con occhio nuovo, libero da schematismi e pregiudizi.

Rodari è stato dunque un maestro non solo perché in gioventù ha insegnato per qualche anno nella scuola elementare ma anche – e soprattutto – perché con semplicità ha saputo mettere in mano a tutti gli strumenti per conoscere il mondo: il suo giocare con le parole, i suoi “capovolgimenti”
delle storie (“povero lupacchiotto/che portava alla nonna,/la cena in un fagotto./E in mezzo al bosco/dov’è più fosco/incappò nel terribile/Cappuccetto Rosso”) non sono mai stati un puro divertimento perché al fondo hanno toccato temi importanti: il lavoro rappresentato da panettieri, imbianchini, operai, arrotini, vigili urbani, cenciaioli, spazzini ed entrato per la prima volta senza retorica nella poesia italiana per l’infanzia; l’accettazione della “diversità” e la pace (Il pellerossa nel presepe “ha fatto tanto viaggio,/perché ha sentito il messaggio:/pace agli uomini di buona volontà”); il rifiuto dell’egoismo (non gli piace “l’avara formica” e sta “dalla parte della cicala/ che il più bel canto non vende, regala”).

Per tutti questi elementi la “lezione” di Rodari è oggi utile più che mai: l’isolamento forzato dalla socialità vera delle aule scolastiche, le difficoltà che hanno colpito le fasce più deboli della popolazione ci fanno guardare alle sue idee e alle sue parole con speranza perché in quell’invito ai bambini a fare le “cose difficili” sta la scommessa verso un mondo migliore che faccia perno anche sulla scuola e dove abbiano compiuta cittadinanza i valori della partecipazione, della democrazia e della libertà:

È difficile fare
le cose difficili:
parlare al sordo,
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi.