Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano

La scuola del distanziamento fisico pensa agli spazi (aule, palestre, mense) e ai luoghi (accessi, flussi, cortili) come a un problema igienico-sanitario: è tutta una questione di dispenser, mascherine, distanze e areazione. Ma c’è una domanda di senso e di cambiamento che viene dalle aule vuote di questi mesi, e viene prima delle soluzioni pratiche e tecnologiche. Quale scuola vogliamo riaprire? Cogliamo forse con più evidenza i limiti di un assetto rigido e convenzionale, dove i banchi vengono ordinatamente schierati in file regolari e separati tra loro a evitare ogni scambio.
Scuole adatte a coltivare le “teste ben fatte” di Edgar Morin, a sviluppare connessioni, a instaurare relazioni empatiche con gli altri, richiedono ben altri spazi.
Ne ho spostati di banchi in queste settimane, chiamata da presidi lungimiranti, allestendo corridoi, atri, palestre, cortili, per l’arrivo in sicurezza degli alunni. Sono settimane preziose per cambiare gli spazi e cambiare la didattica, perché le due cose sono strettamente legate (cfr. miei interventi su www.vogliamofarescuola.it).

Possiamo rimettere al centro un’esperienza viva, pratica, che chiama in causa l’autonomia degli studenti, che si apre al territorio e alle sue risorse.
Non è sufficiente immaginare forme di integrazione e di scambio tra scuola e città, ma bisogna provare a configurare piattaforme educative comuni nelle quali la scuola, come dispositivo aperto e instabile, e la città, come dotazione di risorse civili e culturali, instaurino fertili relazioni di reciprocità e di mutuo scambio.
Esiste infatti una “vocazione naturale” di alcuni luoghi a ospitare una lezione, una vocazione che si nutre di valori artistici, ambientali e naturali e anche civili e spirituali, capaci di costruire un clima adatto alla crescita umana e culturale delle persone.
Fare lezione in un luogo prossimo alla scuola, ricco di storia e di significato (un museo, una Chiesa, un’impresa sociale) potrebbe essere una necessità – al fine di ampliare gli spazi destinati alla didattica – ma soprattutto una grande occasione di fare esperienze memorabili. I luoghi parlano, raccontano, veicolano emozioni e memorie.

Uscire dall’aula potrebbe essere un appuntamento che scandisce alcune attività settimanali che, al posto di svolgersi in aula, si svolgono nel luogo più adatto a quell’esperienza educativa: la natura, un giardino, un bosco, un museo cittadino.
Entrare in relazione con realtà del quartiere o del territorio consente di ridurre lo scarto tra scuola e mondo esterno e di facilitare la comprensione dei ragazzi di quello che li circonda.
Le attività sportive possono svolgersi all’aperto, nei parchi, in giardini (camminare, correre, andare in bicicletta, giochi di squadra).
È la grande occasione per ripensare la scuola oltre la scuola, talvolta basta solo la capacità di uscire dalle righe e dalle abitudini, riscoprendo quanto è bello fare scuola, quando si ritrova il gusto della propria missione.